Articolo: Scarpe Oxford: la storia delle vere scarpe da ribelli
Scarpe Oxford: la storia delle vere scarpe da ribelli
In Inghilterra le chiamano Oxford. In Italia sono le Francesine. In Francia diventano Richelieu, mentre negli Stati Uniti si può ancora incontrare il nome Balmoral.
Quattro nomi diversi per una scarpa riconoscibile da un unico dettaglio: l’allacciatura chiusa, con i gambetti cuciti sotto la mascherina.
La cosa curiosa è che ognuno di questi nomi porta con sé una storia. Oxford ci conduce tra gli studenti di una delle università più famose del mondo. Balmoral ci porta in un castello scozzese. Francesina racconta il passaggio della scarpa attraverso la Francia. Richelieu, invece, evoca immediatamente il cardinale avversario dei moschettieri nell’immaginario creato da Alexandre Dumas.
Una scarpa, insomma, capace di mettere insieme studenti ribelli, castelli reali, cardinali francesi e duelli con D’Artagnan.
Frechete, e noi che pensavamo fosse soltanto una scarpa da matrimonio.
Perché le scarpe Oxford si chiamano così?
La spiegazione più conosciuta ci porta nell’Inghilterra della prima metà dell’Ottocento, precisamente all’Università di Oxford.
Secondo la ricostruzione storica più diffusa, intorno al 1825 alcuni studenti iniziarono a rifiutare gli stivali alti che facevano parte dell’abbigliamento maschile dell’epoca. Erano pesanti, rigidi, formali e poco adatti alla vita quotidiana di chi doveva camminare tra collegi, biblioteche e aule universitarie.
Gli studenti cominciarono quindi a preferire una calzatura più corta e pratica. Inizialmente venne chiamata Oxonian o Oxoniana, proprio per indicare il suo legame con Oxford.
Non dobbiamo immaginare necessariamente una protesta organizzata, con gli studenti riuniti in cortile per dichiarare guerra agli stivali.
È più probabile che sia avvenuto ciò che accade ancora oggi: una nuova generazione ha cominciato a considerare scomodo, antiquato e inutilmente rigido ciò che la generazione precedente riteneva normale.
La ribellione delle Oxford non sarebbe quindi nata da un gesto clamoroso, ma da una domanda molto concreta: perché continuare a indossare uno stivale pesante quando si può camminare con una scarpa più bassa?
L’Oxonian non era ancora una vera Oxford
L’antenato della Oxford moderna non aveva esattamente la forma che conosciamo oggi.
L’Oxonian era più simile a un mezzo stivale. Copriva ancora parte della caviglia, aveva un tacco più alto e poteva presentare una chiusura laterale con bottoni invece dei lacci frontali.
La trasformazione avvenne gradualmente. Il gambale diventò sempre più basso, il tacco perse altezza e i lacci sostituirono le chiusure precedenti. A un certo punto, dello stivale originario rimase una scarpa bassa, compatta e molto più semplice da indossare.
In breve: la Oxford non sarebbe stata inventata in un solo giorno. Sarebbe il risultato di una lenta trasformazione: dallo stivale alto al mezzo stivale Oxonian, fino alla moderna scarpa stringata.
Il 1846 e la prima Oxford scritta nero su bianco
Una delle prime attestazioni scritte comunemente citate dell’espressione Oxford shoe risale al 1846.
In quell’anno Joseph Sparkes Hall, calzolaio e autore inglese conosciuto anche per il suo legame con la nascita del Chelsea boot, descrisse la Oxford come una calzatura particolarmente adatta a camminare.
Il dettaglio è importante perché ci ricorda la ragione originaria del successo del modello. Prima di diventare elegante, la Oxford era soprattutto pratica.
La data del 1825, spesso associata alla comparsa dell’Oxonian, va considerata una ricostruzione storica tramandata nel mondo calzaturiero. Il 1846 rappresenta invece una delle prime occasioni in cui il nome Oxford shoe appare per iscritto.
L’altra teoria porta al castello di Balmoral
La teoria inglese è la più conosciuta, ma non è l’unica.
Una seconda ricostruzione collega la nascita della scarpa alla Scozia e al castello di Balmoral, la residenza scozzese della famiglia reale britannica. Da qui deriverebbe il nome Balmoral, utilizzato ancora oggi in parte del mondo anglosassone per indicare una scarpa con allacciatura chiusa.
Negli Stati Uniti il termine Balmoral, spesso abbreviato in “Bal”, è stato a lungo utilizzato accanto al nome Oxford.
Quale delle due teorie è corretta? È possibile che raccontino due passaggi della stessa evoluzione.
Le calzature non nascevano in laboratori isolati. Viaggiavano insieme alle persone, venivano osservate, copiate e modificate dai calzolai. Una forma poteva svilupparsi in Scozia, diffondersi a Oxford e cambiare ancora una volta quando raggiungeva l’America.
Quando una scarpa attraversa quasi due secoli di storia, la sua genealogia raramente segue una strada perfettamente dritta.
Come si riconosce una vera Oxford?
Le origini possono essere discusse. Il dettaglio tecnico che definisce la Oxford, invece, è molto chiaro.
Una scarpa Oxford si riconosce dalla chiusura chiusa. I gambetti, cioè le due parti della tomaia nelle quali sono inseriti gli occhielli dei lacci, vengono cuciti sotto la mascherina.
Quando la scarpa viene allacciata, i due lembi si avvicinano formando una linea compatta e continua. È proprio questo particolare a creare l’aspetto pulito e ordinato tipico della Oxford.
Il colore non è determinante. Una Oxford può essere nera, marrone, blu o bordeaux. Può avere una tomaia completamente liscia oppure essere decorata con perforazioni brogue. Finché mantiene la chiusura chiusa, resta una Oxford.
Oxford e Francesina sono la stessa scarpa?
Sì. Oxford e Francesina indicano sostanzialmente la stessa struttura.
Oxford è il nome inglese e internazionale. Francesina è il nome entrato nella tradizione calzaturiera italiana. In entrambi i casi si parla di una scarpa stringata con i gambetti cuciti sotto la mascherina.
Un esempio di Francesina liscia è il modello Como di Ciccone: una Oxford dalla linea pulita e priva di decorazioni brogue.
Qual è la differenza tra Oxford e Derby?
La vera differenza non è quindi tra Oxford e Francesina, perché sono due nomi della stessa scarpa. Il confronto corretto è tra Oxford o Francesina e Derby.
Per distinguerle basta osservare il modo in cui sono costruiti i gambetti:
- Oxford o Francesina: i gambetti sono cuciti sotto la mascherina e formano una chiusura compatta;
- Derby: i gambetti sono cuciti sopra la tomaia e possono aprirsi maggiormente.
Tra i modelli Ciccone, Como è l’esempio di Francesina, mentre Padova è una Derby.
La Padova presenta infatti l’allacciatura aperta tipica della Derby. I gambetti possono separarsi maggiormente, rendendo la scarpa più regolabile e spesso più adatta anche a chi ha un collo del piede alto.
La chiusura aperta rende generalmente la Derby più flessibile nella calzata. La Oxford, invece, offre una linea visivamente più raccolta ed è tradizionalmente considerata più formale.
Questo non significa che una Derby non possa essere elegante o che una Oxford debba essere indossata soltanto durante una cerimonia. La costruzione suggerisce un carattere, ma non impone una divisa.
Perché in Italia si chiamano Francesine?
L’origine precisa del termine Francesina non è documentata in modo definitivo.
La spiegazione più prudente è che il modello sia arrivato in Italia attraverso la Francia e abbia quindi assunto un nome legato alla sua provenienza. In francese, la stessa famiglia di scarpe viene chiamata Richelieu.
Esiste anche una tradizione che collega la Francesina alla Rivoluzione francese. Secondo questo racconto, il popolo avrebbe adottato una scarpa pratica e priva delle fibbie elaborate associate all’abbigliamento aristocratico.
È una storia suggestiva, ma presenta un problema cronologico: la moderna Oxford viene generalmente collocata nell’Ottocento, dopo gli anni della Rivoluzione francese. Il collegamento non può quindi essere presentato come un fatto storicamente certo.
La risposta più corretta: Francesina è il nome italiano della Oxford e potrebbe derivare dal passaggio del modello attraverso la Francia. L’etimologia esatta, tuttavia, rimane incerta.
Oxford, Francesina, Richelieu e Balmoral
Ricapitolando, la stessa famiglia di scarpe può cambiare nome attraversando i confini:
- Oxford nel Regno Unito e nel linguaggio internazionale;
- Francesina in Italia;
- Richelieu in Francia;
- Balmoral in parte del mondo anglosassone e americano.
I termini possono sovrapporsi e cambiare leggermente tra produttori, epoche e tradizioni nazionali. Il modo più sicuro per riconoscere la scarpa non è quindi leggere il nome sulla scatola, ma guardare l’allacciatura.
Se i gambetti sono cuciti sotto la mascherina e formano una chiusura chiusa, siamo davanti a una Oxford o Francesina.
La Oxford brogue: quando entrano in scena le decorazioni
La parola Oxford descrive il tipo di chiusura, non la presenza o l’assenza di decorazioni.
Per questo una Oxford può essere completamente liscia oppure presentare il broguing, cioè le caratteristiche perforazioni decorative realizzate sulla pelle.
Il termine brogue deriva da antiche calzature utilizzate in Irlanda e Scozia. In origine i fori avevano una funzione pratica: permettevano all’acqua di uscire più facilmente dalle scarpe quando si camminava su terreni umidi.
Con il tempo quelle perforazioni persero la loro funzione originaria e diventarono una decorazione.
Un esempio di Oxford full brogue è il modello Milano di Ciccone. Mantiene la chiusura chiusa tipica della Francesina, ma aggiunge perforazioni sulla punta e sui lati della tomaia.
Como e Milano appartengono quindi alla stessa famiglia costruttiva, ma comunicano due caratteri diversi.
Como è una Francesina liscia, essenziale e pulita. Milano è una Francesina full brogue, più decorata e visivamente riconoscibile.
La struttura rimane Oxford. A cambiare è il linguaggio della tomaia.
I principali tipi di Oxford
All’interno della stessa famiglia esistono numerose varianti:
- Plain toe Oxford: presenta una tomaia pulita e senza cucitura sul puntale;
- Cap toe Oxford: ha un puntale evidenziato da una cucitura orizzontale;
- Wholecut Oxford: viene costruita utilizzando un unico grande pezzo di pelle;
- Semi brogue Oxford: presenta perforazioni decorative contenute;
- Full brogue Oxford: ha una decorazione più evidente e il caratteristico disegno a coda di rondine sul puntale.
Più la scarpa è liscia, scura e priva di decorazioni, più viene percepita come formale. Con l’aumento delle perforazioni, dei contrasti e delle texture, il modello assume un carattere più informale.
Una Oxford nera liscia può accompagnare un abito da cerimonia. Una Oxford full brogue può funzionare anche con pantaloni in flanella, chino, tweed o denim scuro.
Come una scarpa ribelle è diventata elegante
Il passaggio è quasi ironico.
La Oxford nasce, almeno secondo la teoria più diffusa, dal desiderio di abbandonare una calzatura considerata troppo rigida e formale. Poi, nel corso dell’Ottocento e del Novecento, diventa lei stessa un simbolo di formalità.
La spiegazione è nella sua linea. L’allacciatura chiusa crea una superficie continua, pulita e poco ingombrante. Sotto i pantaloni di un abito, la scarpa appare composta e discreta.
La Oxford nera e liscia diventa così una scelta naturale per gli abiti scuri, le occasioni formali e le cerimonie. Le versioni marroni, blu o decorate entrano invece nel guardaroba quotidiano.
Il paradosso è completo: quella che probabilmente nasce per liberarsi dalle regole finisce per diventare una delle scarpe più rispettose delle regole.
Le Oxford sono adatte a tutti i piedi?
La linea compatta che rende elegante una Oxford può anche renderla meno regolabile rispetto a una Derby.
Chi ha un collo del piede molto alto o una pianta particolarmente ampia deve osservare con attenzione la calzata. I gambetti non dovrebbero rimanere eccessivamente distanti né esercitare pressione sulla parte superiore del piede.
In questi casi una Derby, come Padova, può risultare più facile da regolare grazie alla sua allacciatura aperta.
Non basta comunque scegliere il proprio numero abituale. Contano la forma, il volume interno, la larghezza della pianta e il punto nel quale la scarpa si piega durante il passo.
Una buona scarpa deve trattenere il tallone senza comprimerlo, lasciare spazio alle dita e accompagnare la flessione naturale del piede. L’eleganza, quando una scarpa fa male, dura pochissimo.
I classici nascono spesso da qualcuno che cambia le regole
La storia delle Oxford è interessante perché ribalta completamente l’immagine che abbiamo di loro.
Oggi rappresentano ordine, misura e formalità. All’origine, però, c’era probabilmente il desiderio di liberarsi da una calzatura considerata troppo pesante e antiquata.
Gli studenti cercavano qualcosa di più pratico. I calzolai accorciarono, modificarono e perfezionarono le forme esistenti. La società cambiò il proprio modo di vestire. Il tempo trasformò quella scelta in un classico.
Forse è proprio questo il destino degli oggetti riusciti: prima sembrano una deviazione, poi diventano una possibilità e infine ci appaiono inevitabili.
Oxford, Francesina, Richelieu o Balmoral: chiamatela come volete. Guardate i gambetti, osservate la chiusura e ricordatevi una cosa.
Prima di diventare la scarpa delle regole, probabilmente è stata la scarpa di chi voleva cambiarle.
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