Articolo: Storia delle espadrillas: dalla scarpa popolare alla moda
Storia delle espadrillas: dalla scarpa popolare alla moda
Le espadrillas sono scarpe leggere con tomaia in tela e suola in fibre vegetali intrecciate, spesso di sparto, canapa o juta. Le riconosciamo come calzature estive, ma la loro storia comincia molto prima della moda da vacanza: è una storia mediterranea di materiali disponibili, lavoro manuale e soluzioni pensate per camminare con il caldo.
La data precisa della loro invenzione non è nota. Le calzature chiamate espardenyes compaiono in documenti catalani del XIII secolo; la scarpa moderna, però, si è evoluta nel tempo. Ecco il percorso che porta una suola di corda dalle botteghe popolari alle passerelle, passando per Castañer e Yves Saint Laurent.
Perché si chiamano espadrillas? La risposta è sotto il piede
Il nome contiene già un indizio sulla costruzione. Secondo il vocabolario Treccani, espadrilles passa dal provenzale antico espart, cioè “sparto”, la fibra vegetale con cui si realizzavano originariamente le suole. Non prende il nome da un designer o da una località mondana: rimanda alla materia prima.
Lo sparto è una pianta mediterranea dalle fibre resistenti, utilizzate anche per corde e intrecci. Nelle espadrillas tradizionali potevano essere impiegati anche canapa e, in alcune aree, juta. La tomaia era spesso di cotone, con fettucce o lacci che aiutavano a tenere la scarpa sul piede.
Questo dettaglio aiuta a leggere con più precisione il nome: non tutte le espadrillas di oggi hanno una suola di sparto. “Espadrilla” indica una famiglia di scarpe; i materiali possono cambiare con la regione, l’epoca e la versione. La juta e la canapa sono fibre diverse, con una loro storia, anche se a prima vista possono sembrare simili una volta intrecciate.

La suola intrecciata non era un vezzo estetico. Era il cuore della scarpa: trasformava una fibra vegetale in una base flessibile e relativamente leggera, adatta ai climi caldi e ai ritmi quotidiani.
Una storia mediterranea, ma senza un singolo inventore
Le espadrillas non nascono in una boutique né da un progetto firmato da una sola persona. Sono il risultato di una cultura materiale diffusa nella penisola iberica e nelle regioni vicine: fibre vegetali, tela, intreccio, cucitura e una forma facile da produrre e riparare.
In Catalogna, le espardenyes sono documentate almeno dal XIII secolo. Questo non significa che la scarpa contemporanea esistesse già identica a quella di oggi: indica che una calzatura con quel nome e quella tradizione era già presente nei documenti. È una distinzione importante, spesso persa quando si legge che “le espadrillas sono nate nel 1200”.
La loro leggerezza le rese utili anche in contesti militari. L’Enciclopèdia Catalana ricorda l’uso da parte delle truppe di fanteria della Corona d’Aragona e, dal 1694, l’adozione da parte della fanteria spagnola. Una scarpa nata da materiali umili poteva dunque servire anche a chi doveva percorrere lunghe distanze.
Come si costruiva un’espadrilla tradizionale
La costruzione varia da una regione all’altra, ma l’idea è semplice: si intreccia la fibra per ottenere una suola e la si unisce a una tomaia di tela. Per secoli, in molti centri catalani e valenciani, il lavoro si svolgeva in piccoli laboratori familiari. Le fonti descrivono una produzione in cui le trecce venivano preparate e poi cucite alla tela, spesso con lavorazioni manuali.
La semplicità della forma nasconde una tecnica: la corda deve essere abbastanza compatta da sostenere il piede, ma non così rigida da annullare la flessibilità. Anche la cucitura che unisce tomaia e suola è decisiva. Nelle espadrillas tradizionali rimane visibile e contribuisce al loro aspetto artigianale.

Guardando la scarpa dall’alto si vede la tela; osservandola di lato emerge la costruzione della suola. È proprio questa leggibilità a distinguere l’espadrilla da molte scarpe estive più elaborate: non nasconde i suoi materiali sotto strati decorativi.

Le proporzioni non erano identiche ovunque. Cambiavano la forma della punta, il modo in cui il tallone veniva coperto e la lunghezza delle fettucce. La parola “espadrilla” raccoglie quindi molte varianti locali, non un unico modello standardizzato.
Le “set vetes”: sette giri, ma una sola fettuccia
Una curiosità poco raccontata riguarda l’espadrilla catalana de set vetes, cioè “a sette fettucce”. Il nome fa pensare a sette nastri separati, ma la descrizione tradizionale parla di un’unica lunga fettuccia che compie sette giri attorno al piede e alla gamba, poi si annoda per fissare la scarpa.
Il risultato non è soltanto decorativo: i giri aiutano a trattenere il piede e rendono la calzatura immediatamente riconoscibile. In alcune località, forma, colore e modo di legare le fettucce distinguevano persino i modelli e le tradizioni locali.
In una scarpa senza lacci convenzionali, la fettuccia diventa anche una soluzione di vestibilità. Può stringere o allentare l’avvolgimento e, allo stesso tempo, trasformare il gesto di allacciarsi in parte dell’aspetto della calzatura. Un dettaglio pratico diventa così un segno identitario.
Una scarpa popolare, ma non solo per i poveri
È corretto raccontare le espadrillas come calzature popolari, legate a contadini, artigiani, carrettieri e lavoratori. Ma la storia è più sfumata dell’idea “scarpa povera per tutti, poi improvvisamente lusso”. L’Enciclopèdia Catalana riporta che, in alcune descrizioni di inizio Novecento a Barcellona, l’espadrilla era anche associata agli uomini benestanti, mentre le donne indossavano scarpe di seta.
Il significato cambiava secondo il luogo, il genere, l’occasione e il modello. In certe situazioni era una scarpa da lavoro; in altre entrava nell’abbigliamento tradizionale o persino in un abito da festa. La stessa forma poteva comunicare praticità, appartenenza locale o gusto personale.
Le fonti etnografiche registrano anche una durata sorprendentemente concreta: alcuni modelli, se usati ogni giorno per lavorare, potevano consumarsi in circa sei mesi. Non era necessariamente un difetto di progetto. Era il ciclo di una calzatura quotidiana fatta con materiali che si logoravano e che, una volta finiti, venivano sostituiti.
È una lezione interessante: la moda non prende sempre un oggetto da una sola classe sociale e lo “promuove” verso l’alto. A volte lo stesso oggetto attraversa contesti diversi per generazioni, e solo dopo viene semplificato in un racconto di trasformazione lineare.
Dal lavoro alla vacanza: cambia il significato, non la struttura
Nel Novecento l’espadrilla comincia a essere associata sempre più spesso all’estate e al tempo libero. Tela e fibre intrecciate evocano freschezza, leggerezza e una certa idea di autenticità mediterranea. La scarpa che funzionava bene nei mesi caldi diventa perfetta anche per passeggiare, viaggiare e andare al mare.
La trasformazione è soprattutto culturale. Non serve cancellare la suola di corda o la tomaia semplice: cambia il contesto in cui le si indossa. Una calzatura che prima parlava di lavoro e necessità viene riletta come scelta spontanea, informale e vacanziera.
È una lettura del cambiamento, più che una data precisa: non c’è un giorno in cui l’espadrilla smette di essere “da lavoro” e diventa “da vacanza”. Si sovrappongono il tempo libero moderno, i viaggi estivi e la ricerca di oggetti dall’aspetto naturale. La stessa leggerezza che era utile durante il lavoro al caldo diventa desiderabile nel tempo libero.
Espadrilla, espardenya, alpargata: nomi di una famiglia mediterranea
Il vocabolario cambia da lingua a lingua e, in parte, da regione a regione. In Catalogna si incontra il nome espardenya; le fonti turistiche valenciane affiancano espardenya, alpargata ed “espadrille” per parlare di questa tradizione calzaturiera. Non sempre i termini indicano esattamente lo stesso modello: spesso raccontano una parentela di forme, materiali e tecniche.
È un’altra ragione per cui l’origine non si lascia ridurre a una città o a un inventore. La cultura della suola intrecciata attraversa territori con parole e usi propri, come accade per molti oggetti artigianali prima che diventino prodotti globali.
1927: Castañer porta l’espadrilla nel mondo del design
Un passaggio importante arriva nel 1927, quando Luis Castañer e suo cugino Tomás Serra aprono il primo laboratorio del marchio Castañer a Banyoles. La maison racconta che Serra progettò macchinari che, con modifiche, sono rimasti parte del lavoro in laboratorio. Castañer non inventa l’espadrilla: contribuisce a trasformare una calzatura di origine popolare in un prodotto legato al design e alla moda.

Il laboratorio è interessante proprio perché mette insieme due tempi: da un lato una calzatura già radicata nella vita quotidiana, dall’altro un marchio che costruisce una filiera e un’identità di prodotto. Non si tratta di sostituire la tradizione con la macchina: secondo il racconto di Castañer, alcune macchine sviluppate in quella fase continuano a essere presenti nell’officina.
Qui c’è una differenza sottile ma importante. Il passaggio alla moda non richiede di rinnegare l’artigianato o i materiali naturali. La corda continua a essere visibile, la tela resta protagonista e la costruzione conserva il suo carattere. Cambiano la presentazione, la distribuzione e l’idea di chi possa indossarla.
1970: Yves Saint Laurent e la prima zeppa in corda
La svolta più famosa arriva nel 1970. Secondo la cronologia ufficiale di Castañer, l’incontro con Yves Saint Laurent porta alla creazione della prima espadrilla con zeppa. La suola in corda, fino ad allora soprattutto piatta e funzionale, diventa più alta e cambia la silhouette della scarpa.

La zeppa cambia il modo in cui la suola viene letta. Da base pratica, vicina al terreno, diventa una parte visibile della silhouette e del progetto. È un passaggio di design prima ancora che di decorazione: cambia l’altezza, cambiano le proporzioni della gamba e del piede, ma il materiale continua a dichiarare l’origine della scarpa.
È un incontro tra due mondi che sembrano lontani: un materiale tradizionale e una maison di alta moda. La zeppa non nasconde l’intreccio; lo porta in primo piano e lo trasforma in una scelta di stile. L’espadrilla resta leggera e riconoscibile, ma guadagna altezza e una nuova presenza nell’abbigliamento.
Da una forma sola a molte espadrillas diverse
Oggi la parola comprende modelli piatti, versioni con zeppa, scarpe con fettucce alla caviglia e varianti con tomaie e materiali differenti. Alcuni conservano il profilo essenziale della calzatura tradizionale; altri usano la corda come elemento visivo dentro una scarpa dal disegno contemporaneo.
Per questo “espadrilla” non è una garanzia di un unico metodo costruttivo. Se si vuole capire che tipo di scarpa si ha davanti, conviene guardare tre punti: la fibra della suola, il modo in cui la tomaia incontra la corda e la presenza di eventuali strati protettivi. Sono dettagli che raccontano se il modello privilegia la tradizione, la moda o un compromesso tra le due.
Il nome resta forte proprio perché può adattarsi. La corda può essere protagonista o accento; la tomaia può essere semplice o ricercata; la scarpa può rimanere piatta o diventare una zeppa. Ma appena si vede quella suola intrecciata, la genealogia è ancora leggibile.
La chicca finale: una scarpa quotidiana, non un souvenir estivo
Un dato etnografico aiuta a immaginare le espadrillas prima che diventassero un simbolo delle vacanze: alcuni modelli potevano durare circa sei mesi se indossati tutti i giorni di lavoro. La durata dipendeva da materiale, terreno e uso, ma il dato restituisce una realtà diversa dall’accessorio occasionale che vediamo oggi nelle vetrine estive.
La loro storia non è quella di una scarpa immutata per secoli. È la storia di una struttura che ha saputo cambiare uso, forma e significato restando riconoscibile. Prima la fibra intrecciata risolve un problema quotidiano; poi la stessa trama diventa un segno di estate; infine la zeppa la porta dentro il linguaggio della moda.
La curiosità più bella, allora, non è soltanto che le espadrillas siano antiche. È che la loro origine resta leggibile: basta girare la scarpa e guardare cosa tiene il piede da terra.
La storia delle espadrillas in breve
- Radici antiche: calzature in fibre intrecciate sono parte della cultura materiale mediterranea;
- XIII secolo: le espardenyes sono già citate in documenti catalani;
- Per secoli: tomaia in tela e suola di sparto, canapa o altre fibre servono alla vita quotidiana e al lavoro;
- 1927: Castañer apre il suo primo laboratorio a Banyoles;
- 1970: secondo la cronologia del brand, Castañer e Yves Saint Laurent creano la prima espadrilla con zeppa.
Domande frequenti sulle espadrillas
Da dove vengono le espadrillas?
Le espadrillas hanno radici nella cultura calzaturiera mediterranea e iberica, con una forte tradizione in Catalogna e in altre aree della Spagna e della Francia meridionale. Le forme chiamate espardenyes sono documentate in Catalogna dal XIII secolo.
Da quale materiale deriva il nome “espadrillas”?
Il termine è collegato allo sparto, una fibra vegetale usata per realizzare corde e suole. Le espadrillas tradizionali possono avere suole in sparto, canapa o juta e tomaie in tela.
Chi ha inventato la zeppa delle espadrillas?
La cronologia ufficiale di Castañer attribuisce a una collaborazione con Yves Saint Laurent nel 1970 la creazione della prima espadrilla con zeppa.
Le espadrillas erano davvero scarpe da lavoro?
Sì, molti modelli erano calzature pratiche per il lavoro e l’uso quotidiano nei climi caldi. Le fonti storiche mostrano però che il loro uso variava anche per regione e occasione: non furono sempre associate a una sola classe sociale.
Una scarpa di corda, con secoli di Mediterraneo dentro
Le espadrillas tengono insieme lavoro e vacanza, tradizione e passerella, fibra vegetale e moda. La loro storia non comincia con un designer: comincia con persone che sapevano trasformare materiali disponibili in una scarpa leggera e adatta al clima.
Forse il loro fascino è proprio questo. La moda le ha rese più alte, colorate e desiderabili, ma non ha avuto bisogno di cancellare il dettaglio da cui tutto era partito: una suola intrecciata, fatta di corda, sotto il piede.
Per approfondire, leggi la definizione di espadrilles su Treccani, la storia delle espardenyes nell’Enciclopèdia Catalana, la cronologia Castañer e il racconto del Museu de l’Espardenya.
Novità
Mocassini
Derby
Sneakers
Polacchine
Francesine
Stivaletti
Doppia Fibbia
Fine serie
Novità
Mocassini
Derby
Francesine
Doppia Fibbia
Stivaletti
Fine serie
Cinture
Cura della scarpa
Solette
Calze da uomo
Lacci e stringhe
Gadget

